Musulmani in Italia

Ridere della religione?

Libertà di religione e libertà di critica della religione (parte prima)
La questione della liceità o, comunque, dell’ opportunità di criticare la divinità è vecchia come la religione stessa. Precede la religione monoteista di cui Ebraismo, Cristianesimo ed Islam sono tre diverse articolazioni. Platone, ad esempio, se la prende con Omero, perché avrebbe rappresentato gli Dei in modo immorale e diseducativo: in preda alle passioni, invidiosi, bugiardi, inaffidabili! Gli stessi Dei come appaiono, nel mito e nella letteratura greca, non accettano comportamenti umani meno che rispettosi e riverenti nei loro confronti; mal sopportano persino l’eccessiva fortuna di quei mortali che rischiano di dimenticare l’enorme distanza che li separa dagli Dei. Nella tragedia greca è ricorrente la situazione in cui personaggi all’apice del successo e della fortuna  precipitano nella disgrazia. Allo stesso modo nella storiografia, ad esempio in Erodoto, troviamo uomini come Creso, il più ricco dei re del suo tempo, che nel volgere di qualche ora precipitano nella polvere e perdono regni, ricchezze, eserciti, vita…
Con il monoteismo la situazione si radicalizza, per i caratteri stessi che assume Dio nella rivelazione mosaica: un Dio unico, esclusivo ed escludente, un Dio che a differenza degli Dei è increato, eterno ed assoluto. La differenza tra Dio e uomo, se possibile, si fa ancora più estrema: quella tra il creatore e la creatura, tra il tutto e il nulla, tra l’assoluto e la polvere. Nel Corano l’uomo si rivolge ad Allah definendosi suo “servo”. L’uomo non si qualifica più per i legami di sangue, per l’appartenenza alla comunità politica, ma per il  suo essere parte o meno del “popolo di Dio”, della Umma, la comunità dei credenti. La colpa peggiore, la pena capitale, non deriva dal ripudio della propria famiglia o dal tradimento dello Stato, ma del ripudio della fede, dall’apostasia. Una variante dell’apostasia è l’eresia: credere in Dio, travisandone però la natura, le caratteristiche, la rivelazione. Ma chi è Dio? Quando Mosè, sul Sinai, chiede a Jahvè : “Chi vuoi che dica che tu sei?”, la risposta è “Io sono colui che sono”, come dire : “Io mi definisco in modo autoreferenziale, Io sono Io”. Dio affida ad una serie di inviati, di Profeti, il suo messaggio per l’uomo, la sua rivelazione, indicando all’uomo non solo chi lui sia, ma pure  come deve essere rappresentato e venerato. Descrivere Dio in modo non conforme, in modo non ortodosso o in modo irriverente, significa porsi border line, su un crinale che può portare all’ irreligiosità, alla miscredenza, alla bestemmia. Ma che cos’è l’ironia, non è forse un modo non ortodosso, irriverente, non canonico, non monolitico di rappresentare la realtà? E chi ironizza su qualcuno, su qualcosa, non si pone come un censore, un moralista che giudica, mettendo alla berlina, evidenziando aspetti paradossali di ciò su cui ironizza?
L’ironia, però, ha pure una funzione conoscitiva, educativa, propositiva: lo sguardo ironico indaga la realtà con una prospettiva “obliqua”, anticonvenzionale; permette di cogliere e di evidenziare tratti paradossali, non evidenti, spesso nascosti o addirittura dissimulati. L’ironia è una sorta di rivelazione,  ma svolta attraverso la critica,  per sua natura irrispettosa. Che mette innanzitutto alla berlina il potere e l’autorità: “Io me la sono sempre presa con i potenti”, ribadisce in più occasioni Aristofane, rivendicando alla sue commedie un ruolo civico , di critica e di sprone nei confronti del potere. Ad Atene c’era un sussidio detto theorikon che permetteva ai cittadini meno abbienti di andare a teatro, dove poteva assistere a commedie, come I Cavalieri , in cui Aristofane mette alla berlina i personaggi più importanti della città come Cleone, il “conciatore di pelli”, il potente demagogo che “ha ridotto la città al silenzio”. Perché gli Ateniesi stimolavano la partecipazione alla commedia dove si critica il potere? Forse perché non identificavano la comunità politica con il potere e ritenevano necessario limitare, controllare, deridere i potenti per ridimensionarli, per ricordare loro che i veri depositari del potere sono i cittadini, non quelli che hanno una delega pro tempore, di cui devono render conto durante e alla fine del mandato.
Due diverse visioni dell’ironia, che rinviano a due diverse visioni dell’uomo, della verità, della giustizia e delle relazioni umane. Due diverse dimensioni : quella della religione e l’altra della politica, che spesso, però, nel corso dei secoli si sono intrecciate e sovrapposte. Quando la prospettiva del monoteismo, con il suo comandamento fondamentale (“Dio è tutto e tutto da lui viene e a lui deve conformarsi”), è stata assunta come base della vita, quindi anche delle relazioni politiche, ne è disceso un sistema –almeno sulla carta-  “teocratico”: il potere viene da Dio, chi lo esercita lo fa in nome di Dio, secondo i principii che Dio ha dato all’uomo attraverso la rivelazione, i suoi inviati, i suoi vicari in terra. Oggi, però, quando si parla della liceità dell’ironia in materia religiosa, ci si riferisce a Stati, come la Francia o l’Italia,  governati in base ai principi laici di libertà di coscienza , libertà religiosa, libertà di espressione e di critica. Questi principi sono stati accettati obtorto collo dalla Chiesa di Roma che ha scoperto la libertà religiosa e i diritti delle minoranze solo quando si è imposto lo stato laico e lei stessa è divenuta minoranza. Ancora nel 1842, Gregorio XVI nell’enciclica Mirari Vos sosteneva che “ la libera coscienza è un errore velenosissimo” e Pio XI, nel 1925, con l’enciclica Quas primas condannava il “ il così detto laicismo” che ha messo la religione cristiana sullo stesso piano  “ di altre religioni false”. Certo, oggi i tempi sono cambiati e nessun rappresentante della Chiesa si sognerebbe di chiedere l’abolizione del divorzio in nome del diritto divino. Lo fa, però, in nome di un presunto “diritto naturale”, di assai problematica definizione, a partire dal suo assunto di base: l’esistenza di una natura umana immutabile nel tempo e fatta ad immagine e somiglianza di Dio. In tal modo si cerca di far rientrare dalla finestra quello che era stato fatto uscire ( a spintoni) dalla porta. Del resto, non fa parte della missione della Chiesa quella di educare e salvare gli uomini? La differenza sta solo nel fatto che fino all’altro ieri in questa sua missione ricomprendeva (e costringeva) tutti, anche quelli che non volevano essere salvati o salvarsi in altro modo, a modo loro. Oggi, dopo l’Illuminismo, la Rivoluzione francese, il Socialismo, il Femminismo, la Rivolta libertaria e l’affermarsi di una visione laica, la Chiesa ha la prerogativa di “ ammaestrare le genti,  far leggi, governare i popoli per condurli alla eterna felicità” (Pio XI, Quas primas) , esclusivamente per quanti gliela riconoscono. Grazie a Dio!
Enrico Ferri

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