Musulmani in Italia

Corrispondenza dal Cairo di Jean-Jacques Pérennès

Riportiamo di seguito la testimonianza di un padre domenicano, Jean-Jacques Pérennès che vive al Cairo dal maggio del 2000, dove dirige L’IDEO ( Istituto domenicano di Studi Orientali), la più antica istituzione della Chiesa cattolica nel mondo arabo, istituto che quest’anno ha celebrato i 60 anni di vita. Jean-Jacques Pérennès è un buon conoscitore del mondo arabo e del Nord Africa perché ha insegnato per 7 anni Economia dello sviluppo all’Università di Algeri e dal 2002 al 2010 ha pure ricoperto l’incarico di Vicario provinciale delle comunità domenicane del mondo arabo. Buon conoscitore della lingua e della cultura araba e islamica , Jean-Jaques Pérennès è anche uno scrittore apprezzato dalla comunità scientifica internazionale ed i suoi libri sono tradotti in varie lingue ( italiano, inglese, arabo, spagnolo, ecc.). Ricordiamo, tra gli altri, la sua biografia di Pierre Claverie, il vescovo di Orano ucciso in un attentato nel 1996, tradotta in italiano con il titolo “Vescovo tra i musulmani. Pierre Claverie martire in Algeria”. Negli ultimi anni i suoi studi sono orientati a ripercorrere le vicende religiose, intellettuali ed umane di figure di rilievo della comunità cristiana impegnate nel dialogo islamo-cristiano in contesti musulmani.

Jean-Jacques Pérennès

L’Egitto davanti all’incognita del presente e dell’immediato futuro

Non ho nascosto nei miei testi precedenti e in varie conferenze fatte qua e là che io considero positivo il processo politico in cui l’Egitto è impegnato . Al punto di passare per un uomo eccessivamente ottimista . Ottimista ,però, non lo sono affatto , infatti , mi trovo in una buona posizione [ al Cairo, ndr] per misurare la complessità e i rischi della transizione in corso : andremo incontro ad anni difficili e la transizione sarà lunga , ma sono fiducioso poiché credo che ciò che sta accadendo non è niente altro che l’ingresso di questo paese in qualcosa che rassomiglia alla modernità : l’aspirazione a una maggiore libertà , la negazione di diktat politici e religiosi, la possibilità di accedere ad una forma di democrazia. A partire dal rovesciamento di Mubarak , gli egiziani hanno sperimentato la libertà che ne è conseguita, per la prima volta nella loro vita hanno votato , hanno partecipato a manifestazioni e scioperi , la paura è finita . Non credo che si tornerà indietro , anche se potrebbe sembrarci che ritorni – solo per un po’ ? – un regime autoritario . Il fatto che un popolo che è in maggioranza musulmano abbia espresso così chiaramente il 30 giugno il rifiuto dell’Islam politico è estremamente incoraggiante
Ripercorriamo un po’ quello che è accaduto . Nel corso del primo semestre del 2013 , il regime islamista di Mohammed Morsi si è profondamente discreditato . Per due motivi principali: il fanatismo e l’incompetenza. Il settarismo si è manifestato per l’ossessione dei Fratelli Musulmani di occupare il maggior numero possibile di posti nello Stato. Fondata 85 anni fa , la Fratellanza è stata a lungo vietata, a causa di vari tentativi di presa di potere con la violenza , e i suoi attivisti sono stati imprigionati . Si può capire la loro impazienza di mettere al sicuro un potere finalmente conquistato con il consenso popolare. Ma questo non è piaciuto agli Egiziani che, dopo quattro decenni di regime autoritario , non sentivano alcun desiderio di sottoporsi a un’altra dittatura , questa volta religiosa . Il secondo motivo di discredito è l’incompetenza che i dirigenti islamici hanno dimostrato . Si sono più preoccupati di ideologia – far passare una costituzione islamica e le leggi per ” moralizzare ” la società – mentre gli egiziani chiedevano un lavoro per i loro figli, scuole e trasporti di migliore qualità, assistenza sanitaria decente, ecc . Con il senno del poi si può individuare un terzo fattore che ha accelerato la loro caduta: la presa d’atto che lo Stato delle cose non ha cambiato natura. . L’amministrazione e i grandi corpi dello Stato – magistratura , polizia , diplomazia , ecc – sono rimasti nelle mani di coloro che aveva insediato il regime di Hosni Mubarak . Il minimo che possiamo dire è che essi hanno fatto di tutto per affrettare la caduta di un regime che stava screditandosi .
Questo ci ha portato al giugno 2013. Un movimento popolare promosso dai giovani rivoluzionari di Tahrir e chiamato Tamarrod ( ribellione ) , ha lanciato una campagna nazionale per raccogliere un numero di firme più numeroso dei voti ottenuti da Mohamed Morsi nella sua elezione nel 2012 . Ci sarebbero riusciti supportati, a quanto pare , da una parte dello stato , da alcuni partiti politici liberali e da alcuni alti ufficiali dell’esercito . Sta di fatto che il 30 giugno 2013, anniversario dell’arrivo al potere di Mohammed Morsi, è stato caratterizzato da dimostrazioni di un’ampiezza mai vista prima , su tutto il territorio nazionale . Non voglio commentare i milioni di manifestanti di cui si è parlato – cifre fantasiose sono state evocate – ma non se ne può negare l’ampiezza, quando se ne è stati testimoni. La composizione sociale dei manifestanti questa volta era più articolata rispetto a quella che ha partecipato alla caduta di Mubarak : una vasta gamma di gruppi sociali , sia rurali che urbani , diverse generazioni riunite. .
Davanti l’ampiezza delle proteste , il ministro della Difesa , il generale al- Sisi , scelto fra l’altro undici mesi prima dallo stesso Morsi, annuncia il 3 luglio l’ impeachment del presidente , la sospensione della Costituzione , la nomina di un presidente ad interim – il presidente della Suprema Corte Costituzionale – e un governo con l’incarico di predisporre una ” tabella di marcia ” : redigere una nuova costituzione e indire nuove elezioni parlamentari e presidenziali . Questa destituzione è stata approvata dal grande imam dell’ Al Azhar , dal papa copto ortodosso , dai partiti politici liberali e dal partito salafita. Un ampio fronte , in realtà . E’ stata sottovalutata però la determinazione dei Fratelli musulmani a lottare per mantenere il potere che ritengono acquisito “democraticamente” . Diversi paesi occidentali sono stati tentati di sostenerli e chiedere la liberazione di Morsi in nome del rispetto di alcune regole democratiche. La maggior parte degli Egiziani considera il colpo di stato piuttosto come popolare che militare. Invitando i loro sostenitori a ” resistere fino al martirio ” i leaders dei Fratelli Musulmani hanno innescato una dinamica di violenza che sta crescendo di giorno in giorno, alimentata dalla forza della repressione militare. La presenza di molti combattenti jihadisti nel Sinai complica la situazione. Ciò che adesso spaventa è la prospettiva di uno scenario come quello dell’Algeria ( 1990) : la moltiplicazione degli attacchi islamisti e lo sviluppo di una corrente intransigente all’interno dell’esercito.
La nuova Costituzione sarà sottoposta a referendum a metà gennaio. I Fratelli Musulmani hanno chiesto il boicottaggio del referendum e moltiplicano i focolai di rivolta, in particolare nelle università. Ancora non sappiamo quando le elezioni si svolgeranno . La cosa più preoccupante al momento è vedere la violenza che si avvicina alle città e ai cittadini, e la mancanza di voci e di figure politiche che chiedono il compromesso, il negoziato . Ci sarà uno sbocco reale quando tutti gli attori politici saranno disposti a mettersi in gioco . I Fratelli Musulmani devono accettare di riconoscere i loro errori e i militari capire che con la forza non si risolvono tutti i problemi. Questa transizione politica richiederà una o due generazioni . Speriamo che non genererà troppa violenza L’attuale muro contro muro è preoccupante .

Jean Jacques Pérennès o.p.
Il Cairo , 30 dicembre 2013